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Grand Budapest Hotel: Resta ancora qualche tenue barlume di civiltà in questo barbaro mattatoio un tempo noto come umanità

Autore

Lorenzo Cuzzani


Irriverente. Satirico. Coinvolgente. Grand Budapest Hotel è tutto questo e molto, molto di più.

Una commedia, una commedia nera, una storia dentro la storia, un turbinio di emozioni, illazioni, giochi di potere asserviti alla comicità più spicciola, ma non per questo meno conturbante.

L’Ungheria del secondo dopoguerra ospita un decadente albergo che è stato teatro di una fantastica epopea decenni prima, depositario di una storia perduta, a tratti grottesca, ai limiti dell’inverosimile, che solo il caso ha voluto fosse raccontata, scoperta, come fosse un tesoro prezioso, nascosto in un forziere la cui chiave è gelosamente custodita e protetta dall’unico superstite a tale fortuna. Per certi versi, sfortuna.

Brillante il leitmotiv di tutto lo sceneggiato, alla cui tragicità narrativa è accostato un umorismo da antologia in cui lo spettatore è pervaso tutto il tempo da un’emozione contrastante a metà tra lo sconforto e la risata incontrollabile, figlia anche della profondità dei personaggi e dello spessore del cast, rigorosamente scelto tra stelle della nuova e vecchia Hollywood.

La dimensione surreale della trama è valorizzata dal flashback da cui prende le mosse l’intera storia, nella quale l’eccentrico concierge del lussuosissimo Grand Budapest, M. Gustav, si destreggia per l’intera struttura distribuendo i suoi favori alle sempre verdi nobil donne avanti con l’età: “sembrava una parte essenziale dei suoi doveri”. È una questione di stile; e mentre elargisce insegnamenti un po’ qui un po’ lì all’intero staff, catechizzando chiunque meriti i suoi rimproveri, qualcosa cambia. L’atmosfera intrisa di galateo, buone maniere, riverenza e charme, si oscura. Dal rosso, dal giallo, colori caldi, rassicuranti e benauguranti dell’accogliente Grand Budapest, si passa al cupo della notte, delle tenebre, dell’ingiustizia.

Lo spettatore non fa in tempo ad abituarsi a un mondo ovattato che la sua attenzione è catapultata verso l’efferatezza, l’intrigo, il carcere. Così, da una diatriba su un’eredità nasce un qualcosa di inedito, sconvolgente, inaspettato.

Tra fraintendimenti, debiti d’amicizia riscattati in crediti, fughe rocambolesche attraverso paesaggi la cui spettacolarità è magistralmente catturata da un’ottima fotografia, si è cullati da una colonna sonora soave, mai banale, verso la comprensione di un’epoca che non c’è più, o forse non c’è mai stata, dove la morale discutibile di un uomo si scontra con la sua inclinazione verso il bene, verso il compiere la scelta giusta dettata dal cuore, quello stesso cuore rimasto nel petto di tutte le sue “mature” amanti. E rimasto anche nell’animo gentile e fedele del suo più caro servitore, Zero.

La dialettica formale e l’impostazione rigida dei due protagonisti rimangono tali per tutto il tempo, caratterizzano l’opera e sono arricchite dal loro divertente e continuo battibecco che si enfatizza sempre più man mano che cresce il valore di Zero, che matura consapevolezza e fiducia nei propri mezzi e si pone alla pari con il suo padrone, riconoscendone sempre la superiorità, ma non confondendo più la riverenza con il timore. È lui il vero erede di un savoir-faire d’altri tempi, lui il vero destinatario di tutte le conoscenze di Gustav, il cui lascito non potrebbe essere più grande, più rilevante, più amorevole, per il quale bastano poche parole: no, non ve le sveleremo qui, ci vediamo stasera !