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Smetto quando voglio – Masterclass

Autore

Filippo Radaelli


Gli spacciatori di smart drugs diventano onesti

Il curriculum cinematografico di Sydney Sibilia è breve e facile facile: quattro cortometraggi ± smemorabili e tre indiscutibili gran bei successi:

Smetto quando voglio (2014)

Smetto quando voglio – Masterclass (2017)

Smetto quando voglio – Ad honorem (2017).

Da queste tre sfumature di #smettoqv si fa in fretta pure a tirare due o tre conclusioni.

Number one: che il trisordiente regista salernitano non smette quando vuole lui, ma quando vuole il pubblico, che al botteghino lo ha premiato con un incasso di 4,5 milioni di euro per il primo capitolo, di quasi 3,5 milioni per il 2.0 (1,2 milioni solo nel primo weekend di programmazione) e di altri 2,9 milioni per il finale, oltre la metà dei quali, nuovamente, in appena due giorni di proiezione.

Se si tiene a mente che i due sequel son stati girati back to back, cioè più o meno come fossero un sol film – con conseguente gran bel risparmio per la produzione – la banda dei ricercatori ha premiato lo startup di Matteo Procacci e Matteo Rovere, che si beccano il Nastro d’Argento: l’ennesimo per il primo e il primo per il secondo, che però è il primo a ottenerlo a soli 32 anni.

Sqv è smart.

Nummeroddue: qualche cinecritico militante, deliziato e gasato per la graffiante satira sociale sottesa all’episodio d’esordio, ha storto il naso e ci ha dato giù di penna per biasimare la comicità italopopolaresca della seconda puntata. Non fidatevi: quel critico io l’ho visto, un paio di poltrone avanti a me, che ha iniziato a ridacchiare alle prime battute dell’allucinato colloquio tra il detenuto Pietro Zinni (Edoardo Leo) e Giulia (Valeria Solarino), ed è andato scompisciandosi in un crescendo di risate per 118 minuti, assieme a tutto il pubblico in sala, fino a ritrovarsi sganasciata la mascella sui titoli di coda. Nessuno smette quando vuole. Non smette finché non finisce il film

Smetto quando voglio è una smart drug psichedelica legale.

Tertium non datur: avevo detto due o tre conclusioni e io voglio smettere a due, che la terza saprebbe di bronzo.

Ma una notarella e una chicca, sullo Smettobis, non ce la faccio a tenermele per me: lo ammetto, fatico a smettere, soprattutto quando voglio.

Vado con la NdR? Daje!

La banda dei ricercatori, in SQV Masterclass, non è I soliti ignoti che ci riprovano con un Audace colpo o Vent’anni dopo. Macché. A rimetterli insieme è una poliziotta, Paola Coletti (Greta Scarano), ma per fargli fare i buoni dalla parte della legge che devono sgominare i cattivi smantellando 30 smart drugs in cambio della fedina penale smacchiata in candeggina: e quando la sbirra esagera col solito avete fatto trenta, eddai, fate trentuno e Zinni invece fa per dare il liberitutti ai cocoprolleghi, non uno gira i tacchi e sgomma: floppati come precari chemiocriminali, è mejo esser condonati a cottimo e in nero che tornare sguatteri in un cinoristorante o avvocati canonisti per cause in Sacra Rota infallibilmente perse.

“Onestamente, Pietro, io mi son sentito più socialmente utile in questi pochi mesi che negli ultimi ventiquattro anni di lavoro da ricercatore” è il principio attivo della masterclass band, a modo suo in odore di santità.

Detto per inciso, “Onestamente, Pietro“ è pure un sommesso #mastattezitto sussurrato al cinecritico che perplimava sopra.

E mo’, la chicca.

Per un romano, dire metropolitana è parlar di corda eccetera.

La trovata di usare il cantiere della infinita Metro C come perfetto covo della alchemica dozzina onde escludere ogni rischio d’esser sgamati è una sublime genialata: complimenti a chi, dei tre sceneggiatori – lo stesso Sibilia, Francesca Manieri e Luigi Di Capua – l’ha concepita. Io scommetto sulla Manieri, nata a Palestrina, che con la Metro C praticamente ci confina.

Ma c’è di più. A Roma gira una battuta molto azzeccata secondo cui i lavori del cantiere della Metro C son stati bloccati perché scavando son stati dissepolti i resti archeologici del cantiere della Metro C.

Mi credereste se dicessi che quasi quasi è vero? Che, in effetti, sul finire del Ventennio fascista son stati scavati quattro dico quattro chilometri di tunnel per la prima linea di metropolitana che avrebbe dovuto collegare la Stazione Termini con l’aeroporto di Centocelle, pianificato scalo turistico per i visitatori dell’Expo Universale Romana del ’42? L’Expo Universale Romana del 1942… Si, proprio: quella all’origine dell’Eur. E fino all’Eur la metro nata fascista ci arrivò dorotea per le Olimpiadi del ‘60. Meno di vent’anni: andavano in fretta.

Ma quei primordiali quattro chilometri sottocentocellesi, la talpa sotto la Casilina, invece, stanno ancora ad aspettare binari e vagoni.

Nel frattempo son stati utilizzati come rifugio antiaereo, come alcova per amori underground a tornello, come armeria postbellica, come sfasciacarrozze, come ripostiglio della malavita per la refurtiva bollente, come fungaia e – chicca nella chicca – come avveniristica piantagione di marijuana: una ben attrezzata serra di 7mila mq dove, nel 2012, sono stati sequestrati 340 chili di droga per un valore di 3 milioni di euro.

Oggi ci si organizzano sotterranei trekking urbani: settimobiciclettari (così, tutt’attaccato) per le info. Io gli suggerirei di farci pure un cinema: il film per la serata inaugurale ce l’hanno già.

Smettoqv è smart underdrug.